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	<title>crescita aziendale &#8211; La Spiegazione</title>
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	<title>crescita aziendale &#8211; La Spiegazione</title>
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		<title>IMPRENDITORIA FEMMINILE: IL PROBLEMA COMINCIA QUANDO BISOGNA CRESCERE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 17:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[QUESTO ARTICOLO IN SINTESI Nel 2025 in Italia le imprese femminili sono diminuite di 4.142 unità. Letto da solo, il numero sembra una cattiva notizia. Poi si apre la tabella di Unioncamere e compare una storia diversa: le aziende guidate da donne con meno di dieci addetti sono scese, mentre sono aumentate quelle tra 10 [&#8230;]]]></description>
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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">QUESTO ARTICOLO IN SINTESI</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2025 in Italia le imprese femminili sono diminuite di 4.142 unità. Letto da solo, il numero sembra una cattiva notizia. Poi si apre la tabella di Unioncamere e compare una storia diversa: le aziende guidate da donne con meno di dieci addetti sono scese, mentre sono aumentate quelle tra 10 e 49 dipendenti, quelle tra 50 e 249 e perfino quelle sopra i 250. Le società di capitali femminili sono cresciute del 2,6%, più di novemila in un anno. <a href="https://www.unioncamere.gov.it/comunicazione/comunicati-stampa/impresa-donna-la-solidita-vince-sul-numero" target="_blank" rel="noopener"><u>L’Osservatorio per l’imprenditorialità femminile di Unioncamere</u></a>&nbsp;sta fotografando un fenomeno meno semplice del conteggio delle nuove aperture: una parte dell’impresa femminile italiana sta provando a cambiare taglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che il tema diventa interessante. Parlare di <strong>imprenditoria femminile</strong>&nbsp;soltanto attraverso il numero di donne che aprono una partita IVA rischia di fermarsi nel punto più facile del percorso. Il problema economico più importante arriva dopo: l’impresa assume? Investe? Introduce un prodotto nuovo? Entra in un altro Paese? Raccoglie capitale? Sopravvive abbastanza a lungo da diventare una struttura che esiste anche senza la fondatrice?</p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Imprenditoria femminile: l’Europa perde donne a ogni gradino</strong><strong></strong></h2>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Il nuovo rapporto della Commissione europea, pubblicato a giugno 2026, mette in fila i gradini. Le donne rappresentano soltanto il 33% dei titolari d’impresa nell’UE-27. Tra chi ha già aperto un’attività, il 74% lavora senza dipendenti, contro il 66% degli uomini. Nelle imprese guidate da donne l’ambizione dichiarata di forte crescita è al 9%, contro l’11% maschile; l’innovazione al 41% contro il 44%; l’internazionalizzazione al 29% contro il 32%. Tra chi chiude un’attività, il 26% delle donne indica una redditività insufficiente, contro il 19% degli uomini. <a href="https://eismea.ec.europa.eu/support-women-entrepreneurs_en" target="_blank" rel="noopener"><u>La pagina EISMEA che sintetizza il rapporto</u></a>&nbsp;rende visibile una perdita progressiva, piccola a ogni passaggio e importante quando i passaggi si sommano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi numeri non dimostrano che una donna gestisca peggio un’impresa, né che tutte le differenze dipendano dalla discriminazione. Il rapporto europeo analizza settore di appartenenza, accesso alle reti, capitale, carichi familiari, percezione delle proprie competenze, modelli di ruolo e sistemi di supporto. La questione è strutturale proprio perché nessuna variabile, presa da sola, spiega il divario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un dato aiuta a capire da dove partire: l’imprenditoria femminile è fortemente concentrata nei servizi alla persona, dove le donne rappresentano il 69% degli imprenditori, nella sanità e assistenza sociale, 65%, e nell’istruzione, 57%. Sono comparti spesso meno capital intensive, più frammentati e meno adatti a scalare rapidamente rispetto a software, industria o infrastrutture. La scelta del settore arriva prima del finanziamento e può già influenzare dimensione, margini e possibilità di crescita.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Aprire con i propri soldi sembra prudente. Può diventare un limite</strong><strong></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia il rapporto Unioncamere sull’imprenditoria femminile del 2025 descrive aziende più istruite e motivate, ma anche più piccole e più dipendenti dal capitale familiare nella fase di avvio. La prudenza ha una logica: indebitarsi meno riduce il rischio personale. Il rovescio arriva quando l’impresa avrebbe bisogno di comprare una macchina, assumere un commerciale, aprire un secondo mercato o investire in tecnologia e il capitale disponibile coincide con quanto la famiglia può permettersi di perdere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Unioncamere stima che, nel proprio campione, le imprese femminili che utilizzano capitale finanziario all’avvio — incentivi e credito bancario — mostrino una produttività superiore del 33%, differenziale che raggiunge il 40% quando al finanziamento si accompagna formazione. È un risultato di ricerca associativo, non la prova che prendere un prestito faccia aumentare automaticamente la produttività; suggerisce però che capitale e competenze possono ampliare il campo delle scelte disponibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto diventa ancora più netto nel venture capital. La Commissione europea ricorda che negli ultimi anni soltanto il 2-4% del capitale di rischio raccolto in Europa è andato a team fondatori composti esclusivamente da donne. Nello stesso ecosistema, più dell’85% dei decision maker del venture capital è uomo. Il problema non riguarda solo chi riceve il denaro: riguarda anche chi decide quali imprese sembrano abbastanza grandi, credibili o ambiziose da meritarlo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il capitale non è neutro perché compra tempo e possibilità</strong><strong></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Una startup che raccoglie due milioni non è automaticamente migliore di una che cresce con i propri ricavi. Possiede, però, due milioni di possibilità in più da trasformare in assunzioni, prodotto, marketing, brevetti, internazionalizzazione o errori. Se un gruppo di imprese accede sistematicamente a meno capitale, nel tempo avrà meno occasioni di tentare la crescita. Alcune useranno la disciplina del bootstrapping per costruire aziende eccellenti; altre resteranno piccole perché non possono permettersi il passaggio successivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">WomenINvestEU, iniziativa della Commissione dedicata agli investimenti gender-conscious, ha riportato nell’estate 2026 un altro squilibrio: le donne ricoprono mediamente circa il 15% delle posizioni senior nel venture capital e private equity europeo e gestiscono il 9% degli asset nel venture capital; quattro fondi europei su dieci non hanno partner donne. <a href="https://women-invest.ec.europa.eu/news/womeninvesteu-conference-2026-advancing-women-investment-europe-2026-08-04_en" target="_blank" rel="noopener"><u>Il resoconto della conferenza 2026</u></a>&nbsp;nasce da un progetto esplicitamente orientato a ridurre il gender gap negli investimenti, quindi va letto anche alla luce della sua missione. I numeri, però, spiegano perché la Commissione stia intervenendo anche sul lato degli investitori.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’Italia mostra che qualcosa si sta muovendo nella struttura</strong><strong></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">A fine 2025 Unioncamere contava 1.302.974 imprese femminili, il 22,3% del totale nazionale. La diminuzione complessiva dello 0,3% nasconde una ricomposizione: oltre novemila società di capitali in più e più di settemila ditte individuali in meno. Nella fascia 10-49 addetti le imprese femminili crescono dello 0,5%; tra 50 e 249 dell’1,3%; sopra i 250 addetti del 3,8%. I numeri assoluti delle aziende grandi rimangono piccoli, ma la direzione è interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2025/11/05/unioncamere-13-milioni-di-imprese-femminili-roma-al-top_d0c8d6f3-d8e1-420a-9148-0f3b10a7f511.html" target="_blank" rel="noopener"><u>ANSA</u></a>&nbsp;aveva sintetizzato il rapporto nazionale mettendo insieme i due lati del fenomeno: 1,3 milioni di imprese e una fragilità ancora evidente in produttività, dimensione e ricorso al capitale familiare. È utile perché impedisce due narrazioni facili: quella celebrativa secondo cui basta aumentare il numero delle imprenditrici e quella pessimista secondo cui il sistema sarebbe immobile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">LaSpiegazione ha appena affrontato la <a href="https://laspiegazione.com/2026/09/04/produttivita-pmi-crescere-non-basta/"><u>produttività delle PMI</u></a>&nbsp;mostrando quanto due imprese della stessa dimensione possano produrre risultati radicalmente diversi in base a management, capitale, processi e competenze. Nell’imprenditoria femminile queste variabili restano identiche; il problema è capire perché, statisticamente, più aziende guidate da donne arrivino al tavolo della crescita con meno risorse e reti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Crescere significa anche smettere di fare tutto da sole</strong><strong></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il passaggio dall’autoimpiego all’impresa comincia con una rinuncia: smettere di essere la persona che fa meglio ogni cosa. Bisogna assumere qualcuno che all’inizio lavorerà peggio, delegare clienti conquistati personalmente, lasciare che un responsabile prenda decisioni diverse da quelle che avrebbe preso la fondatrice. È un problema di ogni piccolo imprenditore. Diventa più duro quando l’azienda nasce in settori ad alta intensità di lavoro personale e con meno capitale per comprare tempo manageriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 74% di imprenditrici europee senza dipendenti non va letto come una condanna dell’attività individuale. Un’avvocata, una consulente, una designer o una professionista digitale possono costruire un ottimo reddito senza voler creare un’organizzazione. Il problema nasce quando l’obiettivo dichiarato è crescere e il modello resta interamente legato alle ore della fondatrice. A quel punto il fatturato ha un tetto fisico: ventiquattro ore al giorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">InsideMagazine ha raccontato un caso che vale più di molte generalizzazioni: <a href="https://www.insidemagazine.it/2025/02/12/brovind-e-paola-veglio-il-valore-della-leadership-femminile/" target="_blank" rel="noopener"><u>Paola Veglio e la crescita di Brovind</u></a>. L’azienda è passata da 39 a 165 addetti e da 5,4 a 20 milioni di euro di fatturato mentre Veglio interveniva su organigramma, processi, mercati e persone. La storia è interessante non perché una donna abbia dimostrato di saper dirigere un’azienda — non dovrebbe servire una prova — ma perché rende visibile che la crescita avviene quando la leadership smette di coincidere con l’esecuzione personale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il prossimo pezzo potrebbe essere un’intervista, non un altro report</strong><strong></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">I dati europei arrivano fino a un certo punto. Dicono quante imprese assumono, quanto innovano, chi raccoglie capitale. Non raccontano il momento in cui una fondatrice decide di accettare un socio, la prima volta che una banca chiede una garanzia che non possiede, la trattativa in cui un investitore giudica “troppo prudente” una previsione o il giorno in cui un figlio malato e una riunione decisiva finiscono nello stesso calendario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo l’imprenditoria femminile è un terreno nel quale il giornalismo dovrebbe usare più voci e meno slogan. Le differenze statistiche vanno interrogate da chi le vive: imprenditrici che hanno scelto di restare piccole e altre che hanno aperto il capitale, founder che hanno raccolto venture capital, donne entrate in settori dove sono ancora minoranza. Non per costruire storie edificanti, ma per capire quali ostacoli esistono davvero e quali vengono attribuiti al genere per abitudine.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il punto non è creare più imprese femminili. È farle scegliere</strong><strong></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Una politica che misura il successo soltanto dal numero di nuove imprese rischia di premiare l’autoimpiego fragile quanto un’azienda capace di creare occupazione, innovazione e export. L’obiettivo più maturo è allargare lo spazio delle scelte: poter restare una professionista indipendente perché lo si vuole, non perché assumere è impossibile; poter cercare capitale senza partire statisticamente in fondo alla fila; poter costruire una società grande senza dover imitare un modello di leadership che appartiene a qualcun altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2026 l’Italia offre un piccolo segnale incoraggiante: il numero delle imprese femminili scende, ma alcune diventano più strutturate. Non è ancora la soluzione del divario europeo. È però un modo migliore di leggere la crescita. A volte il progresso non è avere più aziende. È vedere una di quelle già esistenti assumere la prima persona, aprire il primo mercato estero e scoprire che la fondatrice non deve più fare tutto.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Domande frequenti</strong><strong></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quante imprese in Europa sono guidate da donne?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo il rapporto europeo 2026, le donne rappresentano circa il 33% dei titolari d’impresa nell’UE-27. La quota varia molto per Paese e soprattutto per settore.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quante imprese femminili ci sono in Italia?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A fine 2025 Unioncamere contava 1.302.974 imprese femminili registrate, pari al 22,3% del totale. Il numero era in lieve diminuzione rispetto al 2024, mentre crescevano le società di capitali e le imprese con più addetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché le imprese femminili restano mediamente più piccole?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esiste una sola causa. Il rapporto UE indica concentrazione settoriale, accesso al capitale e alle reti, carichi familiari, modelli di ruolo, percezione delle competenze e caratteristiche degli ecosistemi imprenditoriali. Queste variabili si combinano in modi diversi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le donne ricevono meno venture capital in Europa?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sì. La Commissione europea indica che negli ultimi anni solo il 2-4% del venture capital europeo è andato a team fondatori composti esclusivamente da donne. Anche la presenza femminile tra i decisori dei fondi rimane bassa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come può un’impresa femminile passare dall’autoimpiego alla crescita?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli strumenti sono gli stessi di qualsiasi impresa: modello scalabile, capitale adeguato, delega, competenze manageriali, processi, accesso a reti commerciali e finanziarie, innovazione e internazionalizzazione. Il punto è ridurre gli ostacoli specifici che rendono queste risorse statisticamente meno accessibili alle imprenditrici.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>
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