Sei lavoratori su dieci nelle economie europee avanzate svolgono oggi occupazioni che il Fondo Monetario Internazionale considera altamente esposte all’intelligenza artificiale. La stima compare in una nota preparata per la riunione informale dei ministri delle Finanze dell’Unione europea del 18 e 19 settembre a Dublino e riportata da Reuters il 19 settembre. Nello stesso documento l’IMF stima che l’AI possa aumentare la produttività europea di circa l’1% cumulativo in cinque anni.
Il dato su AI e lavoro ha bisogno di una traduzione immediata. Esposizione indica che una quota rilevante delle mansioni di un’occupazione può essere svolta, accelerata o modificata da sistemi di AI. Esposizione e perdita del posto sono misure diverse. Alcuni lavori possono diventare più produttivi perché l’AI affianca la persona; altri contengono attività che possono essere automatizzate.
AI e lavoro: cosa misura quel 60%
Le analisi IMF dividono l’esposizione in base alle attività che compongono una professione. Un lavoro può essere molto esposto perché include scrittura, analisi di documenti, classificazione, ricerca, elaborazione di dati o produzione di contenuti. La presenza di queste mansioni aumenta la possibilità che l’AI entri nel processo.
Il Regional Economic Outlook europeo dell’IMF aveva già stimato che circa il 60% dei posti di lavoro nell’Unione europea fosse potenzialmente esposto all’AI. Più della metà dei lavoratori esposti ricadeva in attività con elevata complementarità, dove la tecnologia può aumentare la produttività. L’altra parte risultava più vulnerabile all’automazione di compiti e alla pressione sui redditi.
Questa distinzione impedisce di trasformare una statistica sulla tecnologia in una previsione sui licenziamenti. Un avvocato, un analista finanziario e un impiegato amministrativo possono risultare tutti esposti, pur avendo combinazioni molto diverse tra compiti automatizzabili, responsabilità professionale, relazione con il cliente e capacità di giudizio.
L’IMF vede circa un punto di produttività in cinque anni
La nota discussa a Dublino indica un possibile incremento della produttività europea di circa l’1% in cinque anni. Il valore è coerente con un working paper IMF pubblicato nel 2025, che stimava per l’Europa un guadagno cumulativo vicino all’1% nel medio periodo, con differenze ampie tra Paesi e scenari.
Un punto percentuale cumulativo può sembrare piccolo rispetto al linguaggio utilizzato intorno all’AI. A livello macroeconomico resta però rilevante in economie che da anni faticano a far crescere la produttività. Il problema è la distribuzione: l’IMF avverte che i Paesi più avanzati e preparati possono ottenere benefici maggiori, allargando le distanze interne all’Europa.
LaSpiegazione aveva già incontrato lo stesso scarto nel caso italiano. Gli studi della Banca d’Italia analizzati nell’articolo su intelligenza artificiale e produttività nelle imprese mostrano adozione in forte crescita e risultati economici ancora concentrati nelle aziende capaci di integrare l’AI nei processi, nei dati e nell’organizzazione.
Il rischio aumenta dove l’AI sostituisce una parte ampia del compito
Reuters riporta che la nota IMF distingue i lavori in cui l’AI tende a completare la persona da quelli in cui può sostituire una quota più ampia delle attività routinarie. Nel secondo gruppo aumentano i rischi di spiazzamento e pressione salariale.
La vulnerabilità riguarda soprattutto la composizione del lavoro quotidiano. Un ruolo formato da procedure standard, testi ripetitivi, classificazioni prevedibili o analisi basate su schemi ricorrenti offre più spazio all’automazione. Quando il valore dipende da negoziazione, responsabilità, relazione, conoscenza tacita o decisioni in ambienti incerti, l’AI tende più facilmente a entrare come strumento di supporto.
Questa fotografia può cambiare rapidamente. I modelli migliorano, i costi scendono e le aziende riprogettano i processi. Una mansione difficile da automatizzare nel 2024 può diventare standard nel 2027. Per questo l’esposizione misura una frontiera mobile.
Le competenze diventano il vero punto di separazione
A febbraio 2026 la managing director dell’IMF Kristalina Georgieva ha ricordato che nelle economie avanzate circa il 60% dei lavori può essere toccato dall’AI e che circa un annuncio di lavoro su dieci richiede già almeno una nuova competenza. La trasformazione passa quindi anche dal mercato delle skill.
Il vantaggio iniziale può andare a chi usa l’AI per aumentare output e qualità senza perdere la capacità di controllare il risultato. Per un copywriter significa produrre una prima bozza più velocemente e investire più tempo in verifica, fonti e struttura. Per un analista significa interrogare più dati e dedicare più attenzione alle anomalie. Per un manager significa automatizzare reporting e liberare tempo per decisioni che richiedono responsabilità.
Il rischio opposto riguarda chi resta ancorato alla parte del lavoro più facile da replicare. Se due persone offrono lo stesso output e una usa strumenti che riducono il tempo del 50%, il mercato può trasferire rapidamente valore verso la seconda o verso l’impresa che ha riprogettato meglio il processo.
L’AI può allargare il divario anche tra aziende
La nota IMF avverte che i benefici saranno probabilmente distribuiti in modo diseguale tra Paesi, regioni e lavoratori. Lo stesso meccanismo opera tra imprese. Chi dispone di dati ordinati, persone competenti, capitale e management capace di cambiare processi può trasformare l’AI in produttività più rapidamente.
Per una PMI il costo dello strumento è soltanto una voce. Servono dati utilizzabili, integrazione con i software esistenti, formazione, sicurezza, definizione delle responsabilità e un processo abbastanza chiaro da sapere dove inserire l’automazione. Se questi elementi mancano, acquistare un abbonamento AI può aumentare il numero di strumenti senza modificare il risultato economico.
InsideMagazine ha raccontato il caso di TalkerCRM, che porta l’AI dentro il flusso di lavoro attraverso la voce. È un esempio utile perché il valore promesso nasce dall’integrazione con il processo aziendale, non dalla semplice disponibilità di un chatbot.
La produttività ha anche un costo energetico
La nota presentata ai ministri europei aggiunge un elemento che raramente entra nel dibattito sul lavoro: i data center europei consumano già circa il 3% dell’elettricità del continente, secondo l’IMF. La domanda crescerà con l’adozione dell’AI e può mettere sotto pressione reti locali già concentrate intorno a hub come Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino.
Questo lega la produttività digitale a un’infrastruttura fisica. Un’impresa può automatizzare processi soltanto se esistono capacità di calcolo, rete ed energia a costi sostenibili. L’IMF invita l’Europa a rafforzare le interconnessioni elettriche e il mercato energetico proprio per evitare che i vincoli infrastrutturali rallentino l’adozione.
Il tema introduce una seconda forma di disuguaglianza. I Paesi con energia disponibile, data center, capitale e competenze possono adottare più velocemente. Gli altri pagano la tecnologia senza necessariamente catturare la stessa quota di valore.
L’Europa dipende ancora dalle tecnologie costruite altrove
La nota IMF segnala anche il rischio di una nuova dipendenza strategica: gran parte dei modelli avanzati e dell’infrastruttura AI proviene dagli Stati Uniti e dalla Cina. Per l’Europa questo significa acquistare tecnologia che influenza una quota crescente della produttività senza controllarne completamente sviluppo, prezzi e disponibilità.
Il problema è economico prima ancora che geopolitico. Se la produttività futura dipende da modelli e chip prodotti altrove, una parte del valore creato dalle imprese europee può trasferirsi ai fornitori dell’infrastruttura. È una delle ragioni per cui il dibattito europeo insiste su capacità di calcolo, cloud, modelli e mercato unico dei capitali.
La crescita di Mistral AI, raccontata da LaSpiegazione nella categoria Storie di Successo, entra esattamente in questo spazio: provare a costruire una parte maggiore della filiera in Europa. La distanza dai grandi operatori americani resta ampia e richiede capitali, energia e clienti su scala globale.
Per un lavoratore, la domanda utile riguarda le mansioni
Il modo più concreto di leggere il 60% consiste nello scomporre il proprio lavoro. Quali attività occupano tempo ogni settimana? Quali seguono regole prevedibili? Quali richiedono accesso a informazioni già digitali? Quali producono un output che un modello può generare e una persona può verificare rapidamente?
Da queste domande emerge il livello di esposizione personale. Un ruolo può mantenere lo stesso nome e cambiare profondamente contenuto. Il commercialista continua a essere commercialista, mentre una parte di classificazione, controllo documentale e preparazione dei dati può spostarsi verso sistemi automatici. Il valore umano si concentra sulle eccezioni, sull’interpretazione e sulla responsabilità professionale.
Per chi guida un’azienda il ragionamento è speculare. Serve individuare attività ripetitive abbastanza importanti da produrre un ritorno quando vengono accelerate, evitando di automatizzare processi confusi che genererebbero errori più velocemente.
Il 60% descrive una trasformazione già iniziata
Il dato IMF non annuncia che sei persone su dieci perderanno il lavoro. Descrive una quota molto ampia di occupazioni nelle quali l’AI può modificare ciò che le persone fanno e quanto tempo serve per farlo. La differenza tra beneficio e danno dipenderà da complementarità, competenze, organizzazione e velocità di adattamento.
L’Europa può ottenere un guadagno di produttività e contemporaneamente aumentare alcune disuguaglianze. Un lavoratore può diventare più produttivo e vedere cambiare il proprio ruolo. Un’azienda può ridurre tempi senza ridurre occupazione, oppure usare la stessa tecnologia per comprimere organici. Le traiettorie convivono.
Il 60% fotografa la dimensione del fenomeno. Il fattore decisivo è il tempo. Le imprese che imparano prima a integrare l’AI possono catturare una parte maggiore dei benefici. Le persone che riconoscono quali mansioni stanno cambiando possono spostare competenze prima che il mercato lo faccia al loro posto.
Domande frequenti
Cosa significa che il 60% dei lavoratori è esposto all’AI?
Significa che nelle economie europee avanzate circa il 60% dei lavoratori svolge occupazioni con una quota rilevante di mansioni che l’AI può modificare, accelerare o automatizzare. L’esposizione non equivale automaticamente alla perdita del posto.
Quali lavori sono più esposti all’intelligenza artificiale?
Sono particolarmente esposti i ruoli con molte attività cognitive digitalizzate, come scrittura, analisi documentale, classificazione, ricerca e trattamento di dati. L’effetto finale cambia in base a quanto l’AI sostituisce o completa il lavoro umano.
Quanto può aumentare la produttività europea grazie all’AI?
La nota IMF riportata da Reuters indica circa l’1% cumulativo in cinque anni. Un working paper IMF del 2025 produce una stima simile per l’Europa, con differenze ampie tra Paesi e scenari.
Essere esposti all’AI significa essere a rischio licenziamento?
No. L’esposizione misura la possibilità che l’AI entri nelle mansioni di un lavoro. Nei ruoli ad alta complementarità può aumentare la produttività; nei compiti più automatizzabili può aumentare il rischio di sostituzione o riduzione del valore economico della mansione.
Cosa possono fare imprese e lavoratori?
Le imprese possono partire da processi misurabili, dati ordinati e formazione. I lavoratori possono scomporre il proprio ruolo in mansioni, capire quali sono più automatizzabili e investire sulle competenze che aumentano controllo, giudizio, relazione e responsabilità.

























