Nel 2025 le 34 milioni di piccole e medie imprese dell’Unione europea hanno fatto quasi tutto ciò che un titolo economico definirebbe positivo: il loro valore aggiunto reale è cresciuto del 2,5%, l’occupazione dell’1% e il numero di imprese dell’1,8%. La Commissione europea, nel rapporto annuale pubblicato il 22 giugno 2026, parla di una ripresa che si consolida dopo anni difficili. Poi dedica il cuore dell’analisi a una parola meno rassicurante: produttività. Il rapporto sulle PMI europee considera proprio la capacità di produrre più valore con le risorse disponibili una delle condizioni decisive per la competitività futura.
Il problema della produttività PMI è facile da confondere con il ritmo di lavoro. Un’azienda può avere persone che arrivano presto, rispondono a centinaia di mail, chiudono tardi e non lasciano una richiesta senza risposta; può contemporaneamente produrre poco valore per ogni ora, euro o competenza impiegata. La produttività economica misura il risultato ottenuto rispetto agli input utilizzati. Lavorare di più può aumentare la produzione. Organizzare meglio il lavoro cambia il rapporto tra ciò che entra e ciò che esce.
Produttività PMI: la dimensione conta, ma non assolve nessuno
L’OCSE ha misurato il divario su scala internazionale. Nel 2024 la produttività del lavoro delle PMI nel settore business era, in media non ponderata nei Paesi osservati, pari al 65% di quella delle grandi imprese. Le economie di scala aiutano: un’azienda grande distribuisce costi fissi su più vendite, accede più facilmente al capitale, può assumere specialisti e costruire strutture manageriali che una microimpresa fatica a sostenere.
Il dato successivo è però più interessante del primo. Il Compendium of Productivity Indicators 2026 dell’OCSE rileva che circa il 95% della dispersione della produttività dentro uno stesso settore avviene tra aziende appartenenti alla stessa classe dimensionale. In altre parole, due imprese entrambe piccole e attive nello stesso settore possono avere prestazioni enormemente diverse. Essere piccoli crea alcuni svantaggi; non spiega quasi tutto ciò che accade dentro l’azienda.
Questa è una buona notizia per l’imprenditore, perché una parte del problema è modificabile. Processi, competenze, qualità del management, tecnologia, organizzazione del lavoro, scelta dei clienti e capacità di investire non dipendono soltanto dal numero di dipendenti scritto sulla visura.
L’Italia ha molte imprese piccole, ma la storia è più complicata
L’Economic Survey 2026 dell’OCSE fotografa un’economia italiana nella quale micro e piccole imprese assorbono ancora oltre il 60% dell’occupazione, contro circa il 40% in Francia e Germania. Questo pesa sulla produttività aggregata perché, mediamente, le imprese più piccole producono meno valore per addetto. Sarebbe però sbagliato tradurre il dato in “le imprese italiane sono inefficienti”. Le medie e grandi imprese italiane, soprattutto nel Nord, raggiungono livelli di produttività ed export comparabili o superiori alle omologhe francesi e tedesche; anche le aziende italiane confrontate con imprese della stessa taglia in Paesi simili mostrano performance competitive.
Il problema italiano è quindi anche di struttura. Abbiamo tantissime aziende che restano piccole, poche che attraversano la soglia verso organizzazioni più grandi e una lunga storia di crescita della produttività del lavoro debole. ANSA ha sintetizzato il rapporto OCSE con una formula precisa: la scarsa dinamica imprenditoriale e l’elevata incidenza di micro e piccole imprese pesano sulla produttività e sull’innovazione.
Crescere di dimensione aiuta, ma la sequenza conta. Se un’azienda aggiunge persone sopra processi confusi, il caos diventa più costoso; se moltiplica i clienti che assorbono molto tempo e poco margine, il fatturato sale mentre il valore prodotto per ora può peggiorare. La crescita sana ha bisogno di un’organizzazione capace di assorbirla.
Il fondatore che decide tutto diventa un costo produttivo
L’OCSE dedica un’intera sezione del rapporto italiano alla qualità manageriale. Le pratiche di management e le competenze dei dirigenti italiani vengono giudicate più deboli rispetto a diversi Paesi comparabili, con una criticità particolare nelle PMI e nelle imprese familiari. È una frizione che appare ogni mattina in forme molto concrete: preventivi che devono aspettare il titolare, acquisti che nessuno può autorizzare senza una telefonata, clienti importanti gestiti soltanto da una persona, collaboratori che sanno eseguire ma non decidere.
LaSpiegazione aveva già affrontato il problema parlando dello sviluppo di autonomia nei team. Qui quella soft skill mostra il conto economico. Ogni decisione che deve risalire al fondatore crea una coda; ogni coda aumenta il tempo necessario a produrre lo stesso risultato. Un imprenditore può sentirsi indispensabile e avere ragione. Dal punto di vista della produttività, però, l’indispensabilità è spesso un collo di bottiglia.
La managerializzazione non implica necessariamente riempire l’organigramma di dirigenti. Significa che qualcuno possiede responsabilità, numeri, margini decisionali e un criterio chiaro per sapere se il proprio lavoro produce il risultato atteso. In alcune PMI questo può avvenire sviluppando persone interne; in altre serve una competenza esterna. InsideMagazine ha raccontato il modello del fractional management, che prova a rendere accessibili alle aziende più piccole competenze C-level senza il costo di un inserimento manageriale a tempo pieno.
Comprare tecnologia è facile, cambiare il processo molto meno
La Commissione europea indica adozione tecnologica e intelligenza artificiale tra le leve che possono migliorare la produttività delle PMI. Il passaggio delicato arriva dopo l’acquisto. Se un nuovo gestionale digitalizza cinque autorizzazioni inutili, l’azienda possiede un processo inutile più veloce. Se un sistema di AI produce una bozza che deve essere ricontrollata da tre persone perché nessuno ha definito standard e responsabilità, il tempo risparmiato sulla prima attività ricompare da un’altra parte.
Il problema è organizzativo prima di diventare tecnologico. L’OCSE lega la bassa digitalizzazione delle imprese italiane soprattutto a competenze dei lavoratori, capacità manageriali e investimenti in asset intangibili. Software, dati e automazione rendono molto di più quando l’impresa ha già imparato a descrivere i propri processi e a distinguere le attività che creano valore da quelle che esistono soltanto perché “si è sempre fatto così”.
È anche il motivo per cui l’aumento di produttività non coincide automaticamente con la riduzione del personale. Un’impresa può usare la tecnologia per produrre di più con le stesse persone, ridurre errori, abbreviare tempi di consegna, liberare ore per attività commerciali o sviluppare prodotti nuovi. Il risultato economico interessa più del gesto tecnico con cui viene ottenuto.
Il fatturato può crescere mentre l’impresa peggiora
La crescita tende a nascondere inefficienze perché porta ossigeno. Un cliente nuovo aumenta il fatturato, un’assunzione risolve temporaneamente il sovraccarico, un secondo ufficio dà la sensazione di un’azienda diventata più importante. Poi i costi fissi si accumulano e ci si accorge che ogni milione aggiuntivo richiede quasi la stessa quantità di persone, riunioni e capitale del milione precedente.
La produttività obbliga a fare una domanda diversa: quanto valore aggiuntivo produce la prossima unità di risorsa? In una fabbrica può essere valore aggiunto per addetto o per ora; in una società di consulenza possono diventare margine per ora fatturabile, tempo di attraversamento di un progetto, ricavi ricorrenti per persona o quota di attività che viene completata senza rilavorazioni. La misura deve seguire il modello di business, altrimenti il KPI finisce per premiare il comportamento sbagliato.
Il dato OCSE sulla dispersione tra aziende della stessa dimensione è prezioso proprio qui. Se quasi tutta la distanza di produttività dentro un settore si trova tra imprese comparabili per taglia, allora una parte enorme della competizione si gioca dentro le scelte quotidiane: quali clienti tenere, quali processi eliminare, quali persone far crescere, quanto capitale destinare a innovazione e quanto a tappare inefficienze che l’azienda ha imparato a considerare normali.
La produttività è il modo in cui un’impresa compra il proprio futuro
Per una PMI aumentare la produttività crea spazio. Un margine più alto può finanziare un salario migliore, una nuova macchina, ricerca, formazione, espansione internazionale o semplicemente una riserva di cassa che impedisca alla prima crisi di diventare un’emergenza. La produttività non compare spesso nella conversazione con il cliente, ma determina quante opzioni avrà l’imprenditore quando il mercato cambia.
È per questo che il rapporto europeo 2025/2026 è interessante anche dopo che i numeri sulla crescita saranno diventati vecchi. Le PMI stanno aumentando valore aggiunto, occupazione e numero. La domanda successiva riguarda la qualità di quella crescita. Aggiungere volume è relativamente visibile; produrre più valore con la stessa struttura richiede di entrare nei punti in cui l’azienda perde tempo, capitale e decisioni.
Un’impresa può crescere per anni trascinandosi dietro il proprio disordine. A un certo punto, però, il mercato smette di pagare la fatica e comincia a pagare il sistema. La produttività serve a capire quando quel momento è già arrivato.
Domande frequenti
Che cos’è la produttività di una PMI?
È il rapporto tra il valore prodotto dall’impresa e le risorse utilizzate per ottenerlo. Può essere misurata, a seconda del caso, come valore aggiunto per addetto o per ora lavorata, oppure attraverso indicatori operativi coerenti con il modello di business.
Perché le PMI sono mediamente meno produttive delle grandi imprese?
Le aziende grandi beneficiano più facilmente di economie di scala, accesso al capitale, specializzazione delle competenze, management strutturato e presenza sui mercati internazionali. Esistono però enormi differenze di produttività anche tra imprese della stessa dimensione.
Come può una PMI aumentare la produttività?
Intervenendo su processi, competenze manageriali, organizzazione, tecnologia, qualità dei dati, scelta dei clienti, automazione e investimenti. Il punto è aumentare il valore prodotto rispetto alle risorse assorbite, non semplicemente aumentare il ritmo di lavoro.
Digitalizzare un’azienda aumenta automaticamente la produttività?
No. La tecnologia produce risultati migliori quando è inserita in processi chiari e accompagnata da competenze adeguate. Digitalizzare un’attività inutile o ridondante può renderla più veloce senza renderla economicamente utile.
Una PMI deve diventare grande per essere produttiva?
No. La dimensione offre alcuni vantaggi, ma i dati OCSE mostrano forti differenze anche tra imprese della stessa classe dimensionale. Una PMI può essere molto produttiva se possiede processi, competenze, capitale e organizzazione coerenti con il proprio mercato.























