Nel 2025 una grande impresa italiana impiegava mediamente 73,21 giorni per pagare, una media impresa 63,20, una piccola 56,85 e una micro 50,20. I numeri di Cerved sembrano raccontare un miglioramento: rispetto al 2023 i tempi complessivi sono scesi in tutte le classi dimensionali. Poi si guarda la puntualità e il quadro cambia. Nel 2025 i giorni di ritardo sono aumentati per micro, piccole e grandi imprese; soltanto le medie hanno migliorato davvero. Le aziende pagano un po’ prima perché i termini concordati si sono accorciati, ma arrivano più spesso oltre la scadenza.
Dietro i ritardi nei pagamenti c’è un rapporto economico che raramente viene chiamato con il proprio nome. La PMI consegna il lavoro, paga stipendi, fornitori, software, energia e imposte; il cliente usa da subito ciò che ha comprato e salda settimane dopo. Fino a quel giorno il capitale necessario a tenere in piedi l’operazione non arriva da una banca. Lo mette il fornitore. In pratica, molte piccole imprese finanziano gratuitamente aziende più grandi delle proprie.
Ritardi nei pagamenti: la fattura è un credito con dentro il tuo denaro
L’Osservatorio europeo sui pagamenti commerciali misura la dimensione del fenomeno con dati difficili da archiviare come semplice cattiva abitudine. Nel 2024 il 52% delle imprese europee dichiarava problemi causati dai pagamenti tardivi. Il tempo medio per incassare superava i sessanta giorni sia tra imprese, 60,3, sia nei rapporti con la pubblica amministrazione, 69,8. Le autorità pubbliche pagavano mediamente 9,5 giorni più tardi delle aziende private. Il rapporto 2025 dell’EU Payment Observatory aggiunge un dato che racconta bene il rapporto di forza: in tutti gli anni analizzati, più grande è l’impresa, minore è la probabilità che paghi puntualmente.
Non è soltanto un problema di incasso. Le aziende coinvolte dichiarano di spendere in media 9,85 ore alla settimana inseguendo fatture scadute, quasi un quarto dell’orario di lavoro di una persona. Il 40% indica un impatto negativo su investimenti e crescita, il 31% arriva a considerare i ritardi una minaccia alla sopravvivenza. E il contagio si propaga: il 31% ammette di aver rinviato a propria volta i pagamenti perché era stato pagato tardi.
L’Osservatorio stima che, senza ritardi, microimprese, PMI e aziende di dimensione intermedia dell’Unione potrebbero liberare oltre 100 miliardi di euro l’anno di flusso di cassa aggiuntivo. È una stima modellizzata, non denaro già contabilizzato in un cassetto; serve però a capire l’ordine di grandezza. Dietro una fattura scaduta non c’è una riga amministrativa. C’è capitale circolante che qualcuno non può usare.
Il cliente importante può essere il cliente più costoso
Per una piccola impresa il problema diventa psicologico e commerciale prima ancora che finanziario. Il cliente che rappresenta il 20 o il 30% del fatturato gode di un potere implicito: può chiedere sessanta giorni, novanta, una nuova procedura di approvazione, un portale fornitori sul quale la fattura rimane ferma perché manca un codice. Il fornitore sa che protestare troppo può mettere a rischio il rinnovo. Così il credito commerciale nasce spesso senza essere negoziato davvero.
L’Osservatorio europeo rileva che nel 56% dei casi le imprese accettano termini di pagamento più lunghi di quelli con cui si sentirebbero a proprio agio. E quando il contratto concede più tempo, il pagamento effettivo tende ad allungarsi: la relazione compare nell’87% dei casi analizzati. Un termine generoso non compra necessariamente puntualità. Può semplicemente spostare più avanti anche il ritardo.
Dentro una trattativa commerciale questa informazione cambia la domanda. Un cliente che ordina 100 mila euro e paga a 90 giorni vale davvero 100 mila euro? Dipende dal margine, dal costo del capitale necessario a servirlo, dal rischio di insolvenza e dal tempo amministrativo assorbito. Due clienti con lo stesso fatturato possono avere un valore economico completamente diverso se uno paga a quindici giorni e l’altro costringe l’impresa a finanziare tre mesi di attività.
L’Italia paga più in fretta, ma non sempre meglio
Il miglioramento registrato da Cerved va quindi letto con attenzione. Dal 2023 al 2025 il tempo medio complessivo è sceso di 3,5 giorni per le grandi imprese, 1,91 per le medie, 3,19 per le piccole e 2,06 per le micro. Nel confronto con il 2024, però, i ritardi sono saliti per quasi tutte le classi. Nel solo quarto trimestre 2025 persino le medie sono tornate a peggiorare sul ritardo, mentre le micro hanno visto il tempo complessivo salire da 48,97 a 51,42 giorni.
La dimensione conta anche dentro i settori. Cerved registra nel 2025 un peggioramento marcato dell’agricoltura, con il ritardo medio passato da 9,82 a 14,01 giorni, e del sistema moda, da 6,03 a 7,82. Logistica, mezzi di trasporto e sistema casa migliorano. Non esiste quindi una cultura dei pagamenti italiana uniforme: cambia con filiera, territorio e forza contrattuale. Il rischio per la PMI nasce quando considera il termine di pagamento un dato inevitabile invece di una componente del prezzo.
InsideMagazine aveva già raccontato anni fa il problema del recupero crediti nelle PMI. Quel pezzo fotografava l’emergenza del 2020; oggi i dati europei mostrano che il problema non si è esaurito con la pandemia. È diventato una componente strutturale del modo in cui le imprese si finanziano l’una con l’altra.
La legge dà al creditore più forza di quella che spesso usa
In Italia i rapporti commerciali sono coperti dal decreto legislativo 231 del 2002, che recepisce la disciplina europea contro i ritardi di pagamento. Quando ricorrono le condizioni previste, gli interessi moratori maturano automaticamente senza che il creditore debba dimostrare un danno specifico. Per il secondo semestre 2026 il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha fissato il tasso di riferimento al 2,40%; alla maggiorazione ordinaria di otto punti prevista dalla disciplina consegue un tasso legale di mora del 10,40% per le normali transazioni commerciali.
Il dato del 2,40% è pubblicato in Gazzetta Ufficiale. La disciplina europea prevede inoltre un importo forfettario minimo di 40 euro per i costi di recupero, oltre alla possibilità di chiedere il rimborso dei costi ragionevoli ulteriori. Il punto, però, è che il diritto formale e il comportamento commerciale divergono spesso: un piccolo fornitore può avere tutti gli strumenti per applicare la mora e decidere comunque di non farlo perché teme di deteriorare il rapporto.
Questo è il cuore politico del problema. Quando una norma tutela una parte che non può permettersi di usarla, la disparità contrattuale rimane. Non sorprende che l’Unione stia ancora discutendo una revisione della disciplina sui pagamenti: alla data di questo articolo la proposta di regolamento del 2023 risulta ancora nel procedimento legislativo europeo, in attesa della posizione del Consiglio in prima lettura. Non va quindi presentata come legge già applicabile.
Cash flow: il margine non paga gli stipendi
Molti imprenditori imparano la differenza tra utile e cassa nel momento peggiore. Il conto economico può dire che il mese è andato bene; il conto corrente può dire che venerdì non ci sono abbastanza soldi per pagare stipendi e fornitori. Se un’azienda fattura molto ma incassa lentamente, la crescita può peggiorare la sua liquidità: più ordini significano più costi anticipati e una massa ancora maggiore di crediti da aspettare.
Qui il tema esce dall’amministrazione ed entra nella strategia. Valutare l’affidabilità di un nuovo cliente, chiedere un anticipo quando il progetto richiede molta cassa, legare le milestone ai pagamenti, rendere inequivocabile la data di scadenza, automatizzare i solleciti, controllare la concentrazione del fatturato e sapere quando sospendere una fornitura sono scelte commerciali. L’EU Payment Observatory insiste proprio su questo punto: lacune informative, gestione finanziaria debole e squilibri di potere alimentano i ritardi; alfabetizzazione finanziaria, contratti chiari e verifica della solvibilità aiutano le PMI a non assorbirli in silenzio.
Anche strumenti come factoring e invoice trading possono anticipare liquidità trasformando un credito futuro in cassa disponibile oggi. Non sono una cura gratuita: hanno costi, condizioni e rischi differenti. Servono soprattutto a rendere esplicito un prezzo che nel credito commerciale informale viene spesso nascosto. Se devo pagare qualcuno per avere oggi il denaro che il mio cliente mi darà fra novanta giorni, quei novanta giorni hanno finalmente un costo misurabile.
Il cliente che paga tardi va misurato come qualsiasi altro costo
La parte più difficile è accettare che un cliente possa essere prestigioso, fedele e contemporaneamente poco redditizio. L’imprenditore vede il fatturato perché compare nei report e nelle conversazioni con la banca; vede meno il personale che passa ore a sollecitare, lo scoperto utilizzato per finanziare la commessa, lo sconto concesso pur di incassare, l’investimento rinviato perché i soldi esistono soltanto nelle fatture.
Il problema dei ritardi nei pagamenti comincia a ridursi quando il credito concesso ai clienti smette di essere un incidente e diventa una variabile del modello economico. Quanto capitale assorbe questo cliente? Quanti giorni paga davvero, non quanti sono scritti nel contratto? Quanto mi costa servirlo fino all’incasso? Quanto del mio rischio complessivo dipende da lui? Una PMI che conosce queste risposte negozia in modo diverso.
Cerved racconta un’Italia che in media incassa un po’ prima e arriva più spesso in ritardo. L’Europa racconta aziende che perdono quasi dieci ore alla settimana rincorrendo denaro già guadagnato. In mezzo ci sono migliaia di imprenditori che continuano a chiamare “cliente” qualcuno a cui stanno concedendo un prestito senza aver mai deciso di fare banca.
FAQ sui ritardi nei pagamenti
Cosa fare se un cliente non paga una fattura alla scadenza?
Conviene verificare subito che non vi siano errori amministrativi, inviare un sollecito tracciabile e applicare la procedura prevista dal contratto. Se il ritardo continua, vanno valutati interessi di mora, sospensione delle forniture e recupero del credito con il supporto di un professionista quando necessario.
Quali interessi di mora si applicano alle transazioni commerciali nel secondo semestre 2026?
Per le normali transazioni commerciali il tasso legale di mora è pari al tasso di riferimento MEF del 2,40% più la maggiorazione ordinaria di 8 punti, quindi 10,40% dal 1° luglio al 31 dicembre 2026, salvo discipline specifiche o accordi validi tra le parti.
Quanti giorni impiegano mediamente le imprese italiane a pagare?
Secondo Cerved, nel 2025 la media era 50,20 giorni per le microimprese, 56,85 per le piccole, 63,20 per le medie e 73,21 per le grandi. Sono medie complessive e variano sensibilmente per settore e territorio.
Come proteggere il cash flow dai clienti che pagano tardi?
Servono controllo dell’affidabilità del cliente, limiti di credito, anticipi o milestone quando opportuno, scadenze chiare, solleciti automatici, monitoraggio dei giorni effettivi di incasso e una bassa dipendenza da pochi clienti. Factoring e invoice trading possono essere valutati quando economicamente sostenibili.
Un cliente che paga a 90 giorni è necessariamente un cattivo cliente?
No. Può essere redditizio se margine, affidabilità e volume compensano il capitale immobilizzato. Va però misurato il costo reale dei 90 giorni: finanziamento, rischio, tempo amministrativo e opportunità rinviate. Il fatturato da solo non basta a valutarlo.
























